Bullismo e intercultura

di Rosa Tiziana Bruno

Il rifiuto delle differenze culturali e l’intolleranza, prima ancora che dall’ignoranza e dagli schemi culturali, trae origine da operazioni mentali ed affettive che sono spesso trascurate dall’azione educativa.
La scuola, insieme agli stranieri, raccoglie anche studenti che si scagliano apertamente contro ogni forma di diversità culturale e razziale. Si tratta di ragazzi e bambini che commettono prepotenze ai danni dei loro coetanei, che spesso si autorappresentano come “nazisti”, “naziskin”, “giustizieri”. Il comportamento di questi allievi rientra in quell fenomeno definito genericamente bullismo (1) e che rappresenta una realtà con cui è indispensabile confrontarsi, se vogliamo operare in ambito interculturale.
L’obiettivo dell’educazione interculturale è la promozione delle capacità di convivenza costruttiva, perciò essa comporta soprattutto l’accettazione e la ricerca di dialogo nella quotidianità. Per questo nessun progetto può trascurare la componente bullista del gruppo classe, altrimenti ogni tentativo di collaborazione risulterebbe vano. Non è possibile costruire atteggiamenti di disponibilità puntando unicamente al confronto tra culture differenti, non può definirsi interculturale un progetto che prescinde dal coinvolgimento di bambini e ragazzi bulli.
E’ necessario imbastire un dialogo anche con chi apertamente si oppone all’integrazione e per riuscirci occorre riconoscere e accettare le componenti emotive del Sé dei ragazzi.
Quando l’educazione nega alcune di queste componenti, designandole come negative perché diverse dall’Ideale comportamentale, induce il ragazzo a disconoscere o a combattere i soggetti designati come negativi in quanto diversi.
La didattica interculturale mira a scardinare il modello delle relazioni umane basate su una esasperata spinta alla competitività a tutti i livelli, modello oggi molto attuale (2). Dunque non è possibile difendere i ragazzi stranieri attaccando con intolleranza i ragazzi “razzisti”, evitando di coinvolgerli a partire dai loro vissuti emotivi di disagio e rinunciando a confrontarsi con loro.
I bulli disprezzano la fragilità e, se li stigmatizziamo come irrecuperabili, non offriamo loro alcun modello alternativo di relazione e nessuna possibilità di cambiamento.
In effetti non è per nulla facile rapportarsi con i ragazzi violenti, l’educatore è tentato di spendere la propria empatia solo per chi rappresenta la vittima “indifesa”, umile e non pretenziosa, grata per il “prezioso” aiuto. Ai ragazzi violenti sono solitamente riservati appelli alla ragione e all’etica. Ma c’è un grande rischio nella pretesa di educare con gli appelli alla ragione: in questo modo al ragazzo bullo non viene riconosciuta la sua umanità, allo stesso modo in cui lui rifiuta di riconoscere quella altrui.
Certamente le regole, le rinunce e i cambiamenti sono essenziali e vanno comunicati all’alunno, ma questo non deve passare attraverso il disprezzo, la mortificazione, il disconoscimento di quelle parti della personalità del bambino che non sono adeguate ed un nostro Ideale educativo.
La persecuzione contro le parti deboli del proprio Sé diventa poi la persecuzione contro il soggetto debole esterno a Sé, contro l’estraneo, contro il diverso. Se la debolezza è disprezzata ed espulsa dalla mente in quanto indegna, è inevitabile che l’allievo che proviene da un’altra cultura possa diventare lo straniero disprezzabile. Un progetto interculturale deve aiutare i ragazzi deboli ad esprimere i propri vissuti di sfiducia, di tristezza, rabbia e impotenza nel sentirsi esclusi o etichettati. Ma, al contempo, deve rivolgersi anche a coloro che escludono e stigmatizzano gli altri, assumendo un ruolo di dominio o prevaricazione, perché anche i bulli hanno bisogno di avvicinarsi al proprio vissuto di disagio e impotenza, che tendono a rovesciare sugli altri.
Infine è necessario che il progetto coinvolga anche l’educatore, per aiutarlo a riflettere sulle proprie difficoltà e sui propri sentimenti di ansia, impotenza, fastidio, rabbia, avversione, nei confronti degli allievi portatori di un qualche disagio o di una qualche diversità. E fra questi ci sono senz’altro gli allievi che hanno difficoltà ad integrarsi, che non imparano l’italiano come vorremmo, che appaiono troppo deboli o passivi; ma ci sono anche quelli che si mostrano provocatori e prevaricatori, cioè quei soggetti che esprimono la loro sofferenza in modi violenti ed intolleranti.
Non si realizza nessuna azione di sviluppo interculturale nella scuola se non si affiancano i docenti aiutandoli a sviluppare le competenze empatiche.
Solitamente i progetti di prevenzione contro il bullismo hanno una dimensione informativa o culturale, che non coinvolge le radici emotive e psicologiche dell’intolleranza. Questi interventi al massimo risultano utili per gli alunni già dotati di una certa sensibilità, che non hanno quindi grandi difficoltà emotive e relazionali; mentre i bambini e i ragazzi, che sono maggiormente tentati di scaricare le proprie frustrazioni e ansie o i propri sentimenti di paura e di rabbia sul coetaneo straniero, appaiono impermeabili ed oppositivi agli interventi culturali sulla diversità.
Per i bulli non basta l’appello alla tolleranza e all’accoglienza per convincersi a cambiare atteggiamento, I violenti sono cresciuti in un clima di forte disagio, in famiglie spesso maltrattanti, che hanno sperimentato l’umiliazione e la sopraffazione, che non hanno conosciuto il rispetto della propria diversità e fanno fatica a rispettare gli altri.
Interventi caratterizzati da spiegazioni, che puntano esclusivamente su argomenti logici, sono quasi del tutto inutili. Il fulcro di un progetto interculturale risiede nell’ascolto delle emozioni e delle storie dei ragazzi. Un ascolto emotivo è basilare. La rabbia, l’arroganza, il disprezzo, l’onnipotenza, tipici dei comportamenti razzisti, nascondono sentimenti mascherati, trasformati addirittura nel loro contrario: la solitudine, ad esempio, diventa adesione al gruppo violento, l’impotenza si tramuta in arroganza, la paura diventa il coraggio nei confronti dei più deboli.
Ascoltare non significa accettare schemi violenti, ma promuovere la possibilità di espressione e legittimare storie di vita che hanno una loro peculiarità (3).
I ragazzi stranieri devono poter esprimere il proprio vissuto di sfiducia, tristezza, rabbia, impotenza, esclusione. Ma anche coloro che assumono un ruolo di prevaricazione, hanno bisogno di avvicinarsi al proprio vissuto di disagio, che tendono a rovesciare sugli altri.
È infine è necessario che pure l’educatore rifletta sulle proprie difficoltà ed ansie e soprattutto sui propri sentimenti di impotenza, fastidio, rabbia, avversione verso gli allievi “difficili”: i ragazzi che non imparano l’italiano come vorremmo, troppo deboli o passivi; quelli provocatori, che esprimono la loro sofferenza in modi violenti. Nessuna azione di sviluppo di una comunità interculturale nella scuola è possible se non si pone attenzione alle competenze empatiche e relazionali dei docenti.

L’importanza fondamentale dell’emapatia
Bambini e ragazzi sono portatori di bisogni e pensieri che li rendono differenti dai grandi e rischiano di essere degli “immigrati clandestini” nel mondo degli adulti, se non si adeguano ai modelli imposti.
Bisogna dare innanzitutto ascolto alla loro dimensione emotiva. Per questo gli interventi di prevenzione nella scuola non possono restare su un piano culturale senza interagire con le radici emotive dell’intolleranza.
I piccoli sono tentati di scaricare le proprie frustrazioni e paure sul coetaneo straniero, e sono refrattari agli interventi culturali sulla diversità. Hanno sperimentato l’emarginazione, l’umiliazione, la sopraffazione, senza conoscere il rispetto della propria diversità e faticano a rispettare gli altri. Ai bulli non basta l’appello culturale per cambiare atteggiamento, hanno bisogno di un ascolto emotivo, circolare.
Dietro l’arroganza e il disprezzo che provocano I comportamenti razzisti e violenti, ci sono sentimenti negativi, mascherati da “altro”: la solitudine che spinge ad entrare nel gruppo violento, l’impotenza che diventa arroganza, la paura che muta in coraggio nei confronti dei più deboli. Per un educatore ascoltare non significa accettare schemi violenti o manipolatori, ma favorire l’ascolto, promuovendo nel gruppo classe l’espressione e la legittimazione dei sentimenti, dei punti di vista, delle storie di vita che hanno una loro radicale originalità.
Quello che conta è il confronto concreto, l’autenticità comunicativa.
Se all’interno del gruppo classe è possibile esprimere e discutere le emozioni (anche quelle negative come paura, rabbia, disgusto, solitudine), allora succede che diventano oggetto di riflessione e dunque possono entrare in una prospettiva di cambiamento.

Un progetto per gli insegnanti
Per incoraggiare lo sviluppo delle competenze emotive degli allievi, sono necessari educatori emotivamente competenti.
Questa competenza non si acquisisce con l’anzianità di servizio, anzi il tempo porta con sé forte stress emotivo, dovuto all’accumulo di impotenza e frustrazione nel rapporto con la diversità (diversità tra le aspettative e i risultati, diversità di ciascun allievo…).
Dunque il progetto educativo e formativo deve risultare coinvolgente anche per gli insegnanti: non deve essere un fardello che aumenta le già numerose incombenze e professionali, ma deve valorizzazione, invece, le competenze emotive e relazionali. Deve fornire strumenti di rielaborazione delle difficoltà e motivazioni necessarie per l’ascolto della diversità.
La proposta interculturale da offrire ai docenti deve garantire effetti non soltanto sui minori di origine straniera, ma sull’intero gruppo classe.
Occorre garantire agli insegnanti una formazione basata sullo sviluppo delle capacità empatiche e dell’intelligenza sociale.
Le finalità di un tale progetto devono essere: l’aiuto ad affrontare lo stress quotidiano derivante dal confronto con le varie tipologie di diversità e l’acquisizione della capacità di trasformare queste difficoltà in occasioni di apprendimento emotivo (e cognitivo).
I docenti devono essere aiutati a fare comunità tra loro, affinché possano acquisire gli atteggiamenti mentali interculturali per poi esportarli nel gruppo classe.
Bisogna dare agli insegnanti un supporto sistematico e continuativo per superare lo stress e l’impotenza che il rapporto con la diversità procura. Evitando che la formazione diventi per loro un un ulteriore pesante impegno che si aggiunge ai già gravosi carichi cui sono sottoposti quotidianamente (4).
Più che affidarsi a figure esterne per l’attuazione di progetti, è sull’insegnante che bisogna puntare. Il docente può assolvere alla propria funzione educativa in maniera straordinaria, in quanto è a contatto con gli allievi per molto tempo, li segue negli anni e può intraprendere con loro un percorso davvero proficuo.
In sintesi, gli insegnanti devono essere formati alle metodologie interculturali.

*Articolo apparso in “Agorà” – Rivista di Vannini Editrice

Note
(1) AA.VV. Lessico oggi. Orientarsi nel mondo che cambia, Catanzaro, Rubbettino, 2003.
(2) Cfr. Z. Bauman, La società individualizzata, il Mulino, Bologna, 2002.
(3) Cfr. C. Foti, Alle radici degli atteggiamenti di intolleranza e razzismo: quale intervento nella scuola?
(4) Cfr. C. Foti, A. Lungo, “L’intelligenza emotiva per rispondere al disagio e al bullismo e per cambiare la scuola”, in Minorigiustizia, N° 3, Franco Angeli, Milano, 2008.

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