“La Sirenetta”: sconfitta della morte

nicoletta-ceccoli-13_largedi R. Tiziana Bruno

Bruno Bettelheim, grande studioso, sostiene che le fiabe sono estremamente realistiche perché  “rivelano la vita umana com’è vista, intuita, dall’intimo”.
Questa affermazione di Bettelheim risulta ancor più vera se riferita alle storie scritte da H. C. Andersen.

Tra tutte “La Sirenetta” appare la più indicata a meritarsi il titolo di “guida” in quella sottile esplorazione dell’animo umano, che la letteratura fiabesca persegue con tenacia. Difatti si tratta di un racconto dedicato apertamente e completamente alla riflessione intorno al tema dell’anima e dell’amore. Andersen collega i due aspetti tra loro, come se l’anima fosse una diretta emanazione dell’amore o viceversa. Come se l’esistenza dell’una non possa prescindere dall’esistenza dell’altro, quasi ipotizzando che si alimentino a vicenda.

Non posso fare proprio nulla per ottenere un’anima immortale?” chiede la protagonista in un momento particolare della sua vita. E non si limita a chiedere, successivamente impegnerà tutta la sua volontà e tutte le sue energie per ottenere quell’anima eterna che la sua natura di sirena le nega.
Ma cosa la spinge a desiderare così fortemente qualcosa che i suoi simili non vogliono nemmeno lontanamente? L’amore, ovviamente. O meglio, l’innamoramento, quell’emozione che si insedia dentro di noi all’improvviso e da quel momento dirige le nostre azioni.

L’innamoramento, sembra dirci Andersen, è una forma di scelleratezza, ma è anche il motore che spinge al cambiamento, che spinge a ribellarsi alla pochezza e a desiderare la vita vera, quella che non ha fine. Perché solo una vita capace di essere eterna ha senso e può restituire la percezione di esistere davvero. La Sirenetta si rende conto di avere un’esistenza ingabbiata dai limiti del tempo. E’ destinata, come tutte le creature marine, a diventare schiuma, dopo un certo numero di anni. Questa realtà, che appare accettabile a chiunque intorno a lei, risulta invece intollerabile ai suoi occhi, che ormai sono gli occhi di un’innamorata. Sta cominciando a conoscere l’amore, quindi non può più accettare l’idea che la morte possa vincere sulla vita.

Del resto, qualcuno scherzosamente sostiene, l’etimologia della parola “amore” è a-mors, ovvero “assenza di morte“. Già, l’amore sconfigge definitivamente la morte e dunque ogni essere che incontri davvero l’amore può diventare immortale. Andersen sembra volerci dire che questa può e deve essere l’aspirazione di ogni creatura vivente. Ma attenzione! L’amore, quello autentico in grado di vincere la morte, non è facilissimo da trovare. Spesso capita che, nel cercarlo, ci imbattiamo nei suoi surrogati, scambiandoli per l’originale. E allora la bramosia e il desiderio ci illudono e ci depistano. Desiderare molto qualcuno non basta a creare amore, giacché l’amore vero non è unidirezionale, ma nasce dalla fusione di due esseri che si incontrano e decidono di unirsi.

La Sirenetta è piena di desiderio, per questo andrà dalla strega del Mare, che le venderà una pozione in grado di farle avere le gambe, ma camminare sarà doloroso come essere trapassata dai coltelli; inoltre per avere la pozione dovrà rinunciare alla voce.

Andersen ci mostra che gli sforzi e i sacrifici, anche se enormi, non bastano, e forse non sono nemmeno necessari. Essenziale per l’unione amorosa è il dialogo, il confronto, l’ascolto e la comunicazione reciproca. Dice infatti la vecchia Strega del Mare alla giovane innamorata: “Solo se un uomo ti amasse più di suo padre e di sua madre, e tu fossi l’unico suo pensiero e il solo oggetto del suo amore, e se un prete mettesse la sua mano nella tua con un giuramento di fedeltà eterna; solo allora la sua anima entrerebbe nel tuo corpo e tu riceveresti parte della felicità degli uomini. Egli ti darebbe un’anima, conservando sempre la propria
Dunque l’amore autentico si nutre di corresponsione e si può dare la propria anima all’altro, pur conservandola. Questa, forse, è la più bella e completa definizione che si possa dare dell’amore.
Sembrano concetti di una portata enorme, impossibili da trasmettere ai bambini, vero? Eppure Andersen ci riesce benissimo, come del resto Carroll, Collodi, Rodari e tutti i grandi della letteratura fiabesca. I bambini non sono degli sciocchi, piuttosto sono curiosi, assetati di conoscenza e intellettualmente limpidi.

Ecco perché “La Sirenetta” è una storia per loro, come per tutti, perché indaga il mistero della vita e dell’animo umano, ma con leggerezza, senza angoscia, con una prosa che invita a porsi domande, domande senza età.

L’assenza del lieto fine caratterizza questa fiaba, come buona parte di quelle scritte da Andersen e infatti la sirenetta si scioglierà in schiuma, perché il suo amore non sarà compreso né ricambiato. Andersen però non ci presenta il finale come una catastrofe, non c’è angoscia nella apparente sconfitta della Sirenetta, anzi il suo divenire schiuma è l’espressione di una catarsi liberatoria, o addirittura di un malinconico trionfo. Oltre ad essere un monito non esplicito.

Il compito principale della fiaba, infatti, è proprio quello di “portare in scena la paura per poi esorcizzarla” osserva la psicologa Oliverio Ferraris “ovvero illuminare sul significato dell’essere”. E “La Sirenetta” è giustamente considerata una delle storie più rappresentative del genere letterario fiabesco, ed è anche molto autobiografica.

Secondo alcuni, infatti, la relazione fra la Sirenetta, resa muta dalla magia, e il bel principe, che le si affeziona senza amarla, è un ritratto della situazione di isolamento sentimentale a cui Andersen si sentiva relegato a causa delle sue tendenze omosessuali.
Ma al di là delle interpretazioni, una cosa è certa: la fiaba affronta, tra gli altri, il tema del “diverso”. Non a caso la creatura protagonista desidera con tutta sé stessa essere “uguale agli umani”, sperando così di ottenere quel che la sua condizione le nega.

Hans Christian Andersen nacque in effetti da genitori umili, un calzolaio e una lavandaia, e tentò per tutta la vita di dimostrare al mondo che aveva origini nobili. Nella sua autobiografia affermò che: “era stata solo la cattiva sorte ad impedire alla [sua] famiglia di ascendere alle classi sociali più alte, alle quali essa invece apparteneva di diritto”. Insomma lo scrittore portava i segni di una discriminazione, conosciuta fin dall’infanzia, in parte per le sue origini, ma anche per le sue stesse stravaganze e la sua sviscerata ricerca d’affetto e confidenza, vicina alla sensibilità femminile.

Il suo vissuto era stato costellato da difficoltà e amarezze dovute al suo sentirsi diverso (amori platonici verso le donne e relazioni omosessuali infelici), perennemente alla ricerca di un riconoscimento da parte della critica, perennemente scisso in due. Un comportamento nel contesto pubblico, secondo i dettami dell’alta società, per ottemperare alla fame di successo, e un altro in privato, caratterizzato da una sessualità ambigua, amori contrastati, un’insicurezza, dovuta al suo aspetto fisico poco attraente. Senza sosta, fino al giorno della sua morte a Copenaghen nel 1875.
E’ un luogo comune quello dell’artista tormentato, talmente comune che a volte scade nel banale. Tuttavia nel caso di Andersen occorre davvero riconoscere che il suo genio letterario ha attinto energia dalla sofferenza quotidiana, trasformandola in un canto lirico delle miserie dell’animo umano.

illustrazione: Nicoletta Ceccoli
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