Alice, la “Matematica dell’Assurdo” e il paese delle Meraviglie

di R. Tiziana Bruno

AliceNessuna fiaba è semplice, e alcune sono veri e propri giochi mentali, fra i più laboriosi che l’uomo abbia mai saputo concepire.
Come il mondo di Alice, regolato dal “gioco mentale” del suo autore. Lewis Carroll è lo pseudonimo di Charles Lutwidge Dodgson, matematico di professione, assertore di nuove logiche, talvolta deliranti. Ha passato la vita ad opporsi alla mediocrità del sistema sociale, regalando ai suoi contemporanei una chiave di accesso al giardino dove pietre e rose sanno parlare, e le carte da gioco ballare. Un luogo dove il viandante può dimenticare d’essere esistito e di aver conosciuto, perché tutto ciò che vede non ha alcun nome.
Sono mondi assurdi, quelli di Carroll. Così come assurdo è il nostro mondo. Assurdo, ma non caotico. Perché la società non è un insieme caotico, c’è sempre un filo conduttore anche quando non si vede.
Il paese delle meraviglie è uno specchio che riflette la realtà, senza alcuna deformazione. Tutte le assurdità e i paradossi che presenta si basano su logiche precise, linguistiche, matematiche, fisiche.
Ma Carroll è un trasgressivo. E la sua Alice è scandalosamente imprevedibile e smisurata. Ha un corpo che si modifica contro le leggi fisiche, e le sue parole sono un continuo sabotaggio di filastrocche, canzoni, versi e conversazioni. Perfino le materie scolastiche sono lembi di trasgressività, come ad esempio ”bucato e svenimento nelle resse”.
Insieme ad Alice possiamo sognare tutti i giochi che non abbiamo potuto fare. Girotondi, danze con aragoste, quadriglie. E’ un incrocio di visioni, dove le apparenze vengono sballottate di qua e di là. Alice gioca con se stessa, il suo sguardo sul mondo enuncia la verità negli aspetti più ambigui. E’ uno sguardo multiplo, curioso, instabile, meraviglioso. Lei vede tutto per la prima volta, e sembra già sapere che la realtà è multipla e indistinta. Attraverso Alice, Carroll ci mostra la terribile complessità del banale.
Dunque c’è ancora qualcuno che osa credere che le fiabe siano storie per bambini? O che ai bambini occorra raccontare fatterelli semplici per interessarli? Le fiabe non sono testi semplici, ma ambigui, non pensati per piacere ai bambini. E’ solo per uno straordinario incrocio di corrispondenze che le fiabe piacciono anche ai piccoli.
In Alice nel paese delle meraviglie, alcune espressioni sembrano quasi alludere ad un segreto privato fra l’autore e le bambine. Certi giochi di parole, all’epoca, potevano essere capiti solo da chi aveva un grosso bagaglio culturale. Sarà forse per questo che alcuni trovano il racconto irritante?
Carroll era molto vicino al mondo dell’infanzia al punto da sembrare lui stesso per metà un bambino, nel modo di ragionare. Qualcuno ha detto che fosse così vicino ai bambini da averne perfino abusato. Ma di quello che “qualcuno ha detto” non restano che dubbi e confusione. Però il suo racconto no, quello è netto e chiaro. Allegro e pieno di ombre dolorose, di riflessioni sulla morte dell’infanzia. Anzi sulla necessaria fine dell’infanzia. Che però può rivivere, se riusciamo a raccontarla.gelato
Carroll sa bene che il mondo non è fatto per i bambini e lo ripete continuamente nel suo libro. Ma il sogno non è la soluzione. Alice difatti è sì sognatrice, ma non si limita a questo. Sperimenta innanzitutto la condivisione, sebbene nel libro non giochi mai con altri bambini, ma solo con creature di fantasia.
Sperimenta la trasgressione, infatti è scandalosamente imprevedibile e smisurata, superando le leggi della Fisica.
Anche se alla fine dichiarerà di aver sognato, costretta a rientrare nei ranghi di una normalità imposta, dietro le transenne del senso (perché la fantasia ha bisogno di regole per sopravvivere), per tutto il racconto si serve dell’immaginazione per avere un monologo interiore continuo. C’è sempre qualcuno che la interroga, che la mette alla prova, che vorrebbe stordirla. Incrocia ambigui maestri e lei stessa non è né buona né cattiva. Non compie cattive azioni, ma assiste a cattive azioni senza muovere un dito. Segue solo la sua curiosità, passando attraverso il sadismo degli adulti.
Nel suo mondo onirico sembra tutto ribaltato: non si lavora quasi mai, si gioca soltanto, oppure si prende il tè. E c’è gente così pigra che pur di non lavare le tazze cambia posto a tavola. Solo quando appaiono le carte della prepotente ed avida regina, entrano in scena lavoratori, vessati e minacciati. Ma a pensarci bene il mondo onirico di Alice ci ricorda qualcosa di molto reale…
L’avidità divora, diventa sopraffazione. E forse un po’ avidi siamo tutti. Anche Alice divora in continuazione. Mastica torte, biscottini, funghetti. In tutto il racconto c’è il divoramento come ossessione. Si mangia e si beve in modo esagerato, quasi minaccioso, con nuvole di pepe e furti di cibo.
gelato1Questo divorare è anche una metafora del sesso, e l’episodio del tricheco con le ostriche è forse quello in cui il divoramento sessuale è più esplicito.
La gente è avida anche quando fa sesso, sembra dirci Carroll, e spesso le persone sono ambigue, mascherate. I cattivi non sono mai quelli che si presentano come cattivi.
Forse è questo che fa più paura ai bambini e, in fondo, è la stessa cosa che intimorisce gli adulti: ciò che non si vede. Quello che nessuno ti spiega, quello che si nasconde dietro la maschera colorata. È fonte di terrore.
Ecco, la fiaba di Carroll è un meraviglioso esempio di anatomia delle apparenze, un’indagine oltre la maschera.
Non c’è da stupirsi se molti la trovano irritante.

Testo: R. Tiziana Bruno
Illustrazioni: N. Ceccoli
*Articolo apparso in “SpazioDi “- Rivista di cultura e società
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