Fiabe mangia-paura

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di Rosa Tiziana Bruno

Quando giro per le scuole a condurre laboratori di lettura e narrazione, l’emozione più intensa che i piccoli mi raccontano è la paura. Non mi meraviglia, perché da sempre i bambini temono il buio, i mostri notturni o la solitudine… Però resto stupita quando sento che hanno terrore di morire. Ricordo che da bambina nemmeno mi ponevo il problema, la morte semplicemente non esisteva, nel senso che era talmente lontana da me che non valeva la pena rimuginarci intorno.
Perché adesso i piccoli temono la morte? Perché ci pensano spesso? Cos’è cambiato intorno a loro?
Sarebbe molto facile rispondere che viviamo in un mondo più violento di un tempo o magari addossare la colpa alla televisione che trasmette immagini orribili quotidianamente. No, oltre che facili, queste spiegazioni sarebbero alquanto banali. Inutile dire che la violenza è sempre esistita, la crudeltà non è mai mancata, le guerre, le sopraffazioni, le ingiustizie e l’odio sono elementi che caratterizzano la realtà di ogni epoca. Hansel e Gretel hanno fatto i conti con la violenza dell’abbandono, Pollicino con il cannibalismo, Cappuccetto Rosso con l’aggressione, Cenerentola con la sopraffazione e le sevizie. Eppure, fino ad alcune decine d’anni addietro, i bambini non avevano la morte tra i loro incubi. Non nella stessa misura d’oggi, almeno. Dunque cos’è cambiato davvero?

Qualcuno dice che nel tempo tutto cambia, ma in fondo resta uguale. Può darsi sia così, però qualcosa di fondamentale, dagli anni ’50 in poi, è mutato: le fiabe.
Quando pensiamo alle fiabe, la nostra mente ci rimanda a tutte le storie fantastiche, ambientate fuori di un tempo e di uno spazio reali, rivolte ai bambini. Ma la letteratura fiabesca è molto più che uno svago per piccoli uomini. La nostra attuale idea di fiaba deriva dalle sciocchezze diffuse da una sorta di “movimento antifiaba” formatosi dopo la seconda guerra mondiale. Si cominciò sostenendo che la letteratura fiabesca conteneva falsità e fantasticherie pericolose per lo sviluppo della razionalità dei bambini. Poi qualcuno affermò che orchi e streghe creavano tensione psicologica nei piccoli, provocando angosce. Negli anni ’70 addirittura si arrivò ad ipotizzare che la letteratura fiabesca manipolava le coscienze utilizzando la paura come mezzo di sottomissione. Le fiabe vennero anche accusate della diffusione di valori conservatori:  il potere, la forza fisica, la felicità nel matrimonio, la bellezza, ecc… Insomma all’improvviso divennero il simbolo dell’egemonia borghese, quindi roba da scartare. Dal momento, però, che senza fiabe l’uomo non ha mai vissuto (già nella preistoria le raccontava)…fu impossibile disfarsene e si decise perciò di riscrivere le storie tradizionali in un’ottica antiboghese.
Questa riscrittura riuscì a banalizzare le fiabe classiche sotto la maschera della modernità (ambientandole per esempio nei suburbi residenziali o fra le automobili), rendendole didascaliche e ammonitrici. Il movimento antifiaba non aveva idea di cosa sia una fiaba e di come, essendo un prodotto popolare, esprime anche gli interessi economici della gente semplice, l’astuzia del debole che sconfigge i potenti, l’esaltazione dell’intelligenza pratica, l’emancipazione. Oltre a banalizzarne i contenuti, cosa ancor più grave, la riscrittura epurò le fiabe di quegli elementi legati all’inconscio ovvero che permettevano di vivere esperienze interiori di fondamentale importanza. Le fiabe, infatti, sono un aiuto fondamentale nella conoscenza di se stessi, un mezzo per entrare in contatto con le proprie emozioni, per imparare a riconoscerle e a gestirle. Bettheleim c’insegna: le fiabe, come i sogni, sono la via principe per accedere ai contenuti dell’inconscio collettivo. Nate spontaneamente intorno ai focolari casalinghi, riunivano non i bambini, ma gli adulti che si cimentavano in racconti per sconfiggere gli antichi e i nuovi terrori.
Le fiabe, dunque, servono ai grandi ancor più che ai piccoli. L’umanità avverte da sempre la necessità di rappresentare le immagini che provocano ansia e angoscia per superarle tramite la rappresentazione e la narrazione. Narrare vuol dire condividere l’esperienza e superarla tramite la verbalizzazione o la scrittura. Senza questa rappresentazione (che pervade tutto il mondo delle arti) l’uomo rimane schiacciato sotto il peso delle paure, incapace di essere libero. La necessità di raccontarsi ha in sé una possibilità autocurativa che permette di trovare soluzioni agli eventi della vita che appaiono inspiegabili. Le soluzioni escogitate in una singola storia possono essere molteplici, sono tante le possibilità di uscita da una empasse esistenziale.
Ognuno può identificarsi in un personaggio: l’eroe positivo o negativo, personaggi dello stesso sesso o di differenti età. Si possono vivere svariati ruoli, esplorando punti di vista e soluzioni molteplici. Ogni peripezia potrà essere vissuta guardandola con gli occhi dei diversi protagonisti. Così, le immagini divengono patrimonio dell’individuo e rimangono depositate nella memoria, indelebili.
Le fiabe non provocano la paura, ma la rappresentano.
Sono storie di vita e raccontano tutte le paure che incontriamo nel nostro cammino.
Ma conducono anche in un mondo di possibilità e di cambiamento, insegnano che si può “morire di paura” e che si può rinascere dalla paura, attraverso la forza e la volontà di cambiamento, con una particolare attenzione alle nostre emozioni e credendo nelle nostre potenzialità, a volte nascoste o sopite.
Ci indicano la strada della trasformazione: dentro di noi si trovano i germi del cambiamento e questi vanno visti, considerati e utilizzati al momento giusto.
La trasformazione diviene possibile perché se si conosce si affronta, si può controllare e si può vincere: ci si può alleare con le forze buone e con l’energia vitale. Diviene quindi evidente come la paura e il modo di affrontarla siano strettamente connessi alla propria personalità, alla propria autostima. Distacco e autostima sono collegate al tema della paura e questa considerazione deve far riflettere sull’importanza vitale della fiaba. Nella gestione della paura diviene fondamentale la capacità creativa: è essenziale coltivare il pensiero per immagini, a dare spazio a una vita immaginativa per predisporre a ricche elaborazioni mentali che favoriscano la ricerca di nuove soluzioni.
Riscrivere le storie antiche è stato dunque un grave errore, di cui oggi vediamo le conseguenze. L’insicurezza si respira nell’aria e un’ampia gamma di fobie d’ogni tipo paralizza l’agire di molti o, al contrario, provoca reazioni violente.
Quale sicurezza, infatti, possono trasmettere ai propri bambini gli adulti che non hanno mai ascoltato o letto una fiaba vera?
Perché togliere “gli orchi” e “le streghe” dalle fiabe? Gli orchi esistono, sono presenze concrete e reali. E’ inutile e dannoso nasconderli. Come ci insegna Rodari nella sua “Grammatica della fantasia“, non esistono racconti pericolosi purché i bambini siano in grado di scoprirne i meccanismi, di svelarli e riprodurli in un gioco che è dissacrante e rassicurante al tempo stesso. E’ così che poi sapranno ascoltare in modo sempre più autonomo qualsiasi prodotto della società e del tempo. Allora un filmato violento trasmesso al telegiornale non sarà più fonte di puro terrore o di istigazione all’aggressività, ma sarà un fatto dinanzi al quale operare delle considerazioni critiche. Perché essere piccoli non vuol dire essere stupidi e incapaci di ragionare.
Povera è quella società che banalizza le proprie fiabe riducendole a prodotti di cartoleria, borselli e zaini di serie. Povera è quella società  che trasforma le proprie fiabe in film colorati e scintillanti dove tutto è mostrato senza più spazio per l’immaginazione. Povera è quella società in cui manca agli adulti il tempo per riunirsi e raccontarsi fiabe, insieme ai propri bambini. Povera, e schiava di chiunque vorrà approfittare delle sue paure.
Riprendiamoci le fiabe, riprendiamoci la nostra libertà.

*Articolo apparso in “SpazioDi” – Rivista di Cultura e società
Illustrazioni di Francesca Reinero
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